LIS: INTERVENTO ALLA CAMERA DELL’ISTITUTO STATALE SORDI

http://www.agenparl.it/articoli/news/politica/20110601-lis-intervento-alla-camera-dell-istituto-statale-sordi-1

(AGENPARL) – Roma, 01 giu – Trasmettiamo il testo dell’intervento dell’Istituto Statale per Sordi nell’audizione con la XII Commissione Affari Sociali della Camera. L’argomento sono le proposte di legge C. 4207, C. 286, C. 351, C. 941, C. 1088, C. 2342, C. 2528, C. 2734, C. 3490, recanti “Disposizioni per la promozione della piena partecipazione delle persone sorde alla vita collettiva e riconoscimento della lingua dei segni italiana”.

“Alla luce della recente ratifica da parte del nostro Paese della Convenzione ONU sui diritti delle persone disabili – la cui autorizzazione è stata data dal Parlamento con legge n. 18/2009 – e della sua conseguente entrata in vigore in data 14 giugno 2009, il legislatore italiano è vincolato ad emanare una normativa interna ispirata ai principi in essa proclamati.
Ricordiamo in particolare l’art. 21 sulla libertà di espressione, opinione e accesso all’informazione il quale stabilisce che gli Stati membri debbano provvedere a riconoscere e promuovere l’uso della lingua dei segni (1° comma, lett. e) oltre che ad accettare e facilitare nelle attività ufficiali il ricorso da parte delle persone sorde a tale lingua (1° comma, lett. b). Ma non meno importanti appaiono le disposizioni di cui all’art. 24, in materia di educazione, ai sensi del quale gli Stati parti devono agevolare l’apprendimento della lingua dei segni e la promozione dell’identità linguistica della comunità dei sordi (3° comma, lett. b) ed inoltre, allo scopo di facilitare l’esercizio di tale diritto, adottare misure adeguate anche impiegando insegnanti con disabilità qualificati nella lingua dei segni (4° comma). Accanto a queste disposizioni, e sempre su un piano sovranazionale, vanno poi menzionate da un lato le Risoluzioni del Parlamento europeo sul riconoscimento delle lingue dei segni del 17 giugno 1988 e del 18 novembre 1998, e, dall’altro la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie adottata dal Consiglio d’Europa a Strasburgo il 5 novembre 1992. Infine, sul piano del diritto interno, possiamo ricordare alcune importanti disposizioni della nostra Carta costituzionale come l’art. 2, sui diritti inviolabili dell’uomo e i doveri inderogabili di solidarietà sociale; l’art. 3, relativo al principio di uguaglianza e al dovere di rimozione degli ostacoli anche di ordine sociale che impediscano il pieno sviluppo della persona umana; e, infine, l’art. 6 che tutela le minoranze linguistiche.
E’ proprio con riferimento a queste ultime che, già da molti anni, linguisti, psicolinguisti e studiosi di antropologia culturale hanno riconosciuto nella comunicazione visivo-gestuale utilizzata dalle persone sorde le caratteristiche che definiscono una lingua, orientando i loro studi nel senso di una vera e propria autonomia del pensiero umano rispetto al tipo di linguaggio utilizzato, sia esso verbale o segnico. Se la competenza nella lingua orale nazionale è il mezzo per partecipare alla comunità generale, l’esposizione alla lingua dei segni è determinante per il normale apprendimento e sviluppo cognitivo, per la costruzione dell’identità del soggetto e lo sviluppo del senso reale di appartenenza, oltre a essere funzionale per un migliore apprendimento della lingua orale. Se la lingua orale permette l’integrazione con la maggioranza udente, la lingua dei segni persegue l’integrazione con la maggioranza udente promuovendo, altresì, la partecipazione alla comunità dei sordi. Sentirsi “culturalmente sordo” significa identificarsi in quello spazio sociale positivo che è la comunità dei sordi.
La lingua dei segni è distintiva di una “alterità” basata sulla condivisione di esperienze e di una particolare visione del mondo ed è, quindi, trasversale alla comunità geografica e svolge una funzione di aggregazione e di coesione all’interno della comunità stessa. L’uso della lingua dei segni è la rivendicazione di un diritto all’esistenza e all’utilizzo di una specifica modalità comunicativa, è la tensione a riconoscersi nei percorsi di vita di altri esseri umani con i quali si condivide non solo la stessa disabilità fisica ma il diverso “stare al mondo” che questa genera. Dunque, se linguaggio e comunità costituiscono un binomio inscindibile, essendo ogni lingua in perenne adattamento alle esigenze del gruppo che la utilizza, (Martinet A., La considerazione funzionale del linguaggio), nella scelta dei criteri idonei all’individuazione di una minoranza linguistica occorrerebbe superare rigide impostazioni di stampo “territorialista” – che assumono a parametro imprescindibile il radicamento di una comunità in una determinata porzione di territorio – in favore di posizioni “soggettiviste” le quali invece accolgono un’accezione di minoranza basata sulla condivisione di una lingua, di una cultura, di un insieme di consuetudini, indipendentemente dal vincolo territoriale.
Come afferma il grande linguista Ferdinand De Saussure (Corso di linguistica generale) “Occorre una massa parlante perché vi sia una lingua. Contrariamente all’apparenza in nessun momento la lingua esiste fuori del fatto sociale perché essa è un fenomeno semiologico. La sua natura sociale è uno dei suoi caratteri interni”. Possiamo, coerentemente affermare che il diritto al riconoscimento di una lingua, seppur minoritaria, appartiene a quella categoria di diritti che vogliono affermare l’uguaglianza e definirne le possibilità: uguaglianza sociale, economica, culturale, uguaglianza di opportunità nella vita per compensare differenze di nascita (Trovato S.,in I segni raccontano. La Lingua dei Segni Italiana tra esperienze, strumenti e metodologie)”.

“Consolidati sono, poi, gli studi scientifici sul bilinguismo che arrivano alla considerazione che la conoscenza di una lingua 1 non preclude ma, anzi, favorisce l’apprendimento della lingua 2. Così è pure per la Lingua dei Segni in relazione al linguaggio orale. La lingua dei Segni si “acquisisce” spontaneamente, naturalmente in quanto sostituisce l’ambiente sonoro e l’ “esposizione” spontanea ad esso. E’, quindi, la base imprescindibile del processo di normale apprendimento attraverso la concettualizzazione della realtà che determina lo sviluppo delle funzioni psichiche. Non a caso, la stessa Classificazione Internazionale del Funzionamento della Disabilità e della Salute (ICF) approvata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2011, nello sviluppo delle “Funzioni mentali specifiche” include la lingua dei segni nel capitolo “funzioni mentali del linguaggio” (b167, b1670, b1671). Di contro, l’accesso per le persone sorde alla lingua orale non è “acquisito” ma “appreso” attraverso percorsi di abilitazione/riabilitazione non certamente brevi e da affidare, normalmente, a seri professionisti. Va da sé che rispetto a queste pratiche è necessario potenziare e sviluppare ogni ausilio metodologico e tecnologico.
Difficile, allora, è cogliere oggettivamente il senso della diatriba tra oralisti verso segnanti. Di fatto, aldilà delle considerazioni sul diritto di ogni minoranza linguistica a veder riconosciuta la propria lingua, ciò che oggi deve culturalmente e socialmente preoccupare è la perdita generalizzata delle competenze linguistiche all’interno di modalità espressive e comunicative dominate dalla standardizzazione dei significati e delle forme espressive, dal depauperamento della dimensione semantica e sintattica del linguaggio a vantaggio della sua funzione evocativa-esortativa, pragmatica. Di contro, ciò che dobbiamo costruire e concorrere a costruire è l’accesso al complesso dei significati del mondo e non alla sua riduzione, appropriandoci delle diverse modalità espressive. Come afferma il filosofo Umberto Galimberti (La terra senza il male), si tratta di opporsi ad ogni processo di “semiotizzazione del simbolo” , al passaggio dalla sfera del senso alla sfera della pura comunicazione.
In merito, poi, all’ipotesi emersa all’interno della XII Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati, che sta discutendo sulla proposta di legge relativa a “Disposizioni per la promozione della piena partecipazione delle persone sorde alla vita collettiva e riconoscimento della Lingua dei Segni Italiana”, di rifiutare il testo approvato dal Senato in quanto “privilegia in modo unilaterale la cosiddetta lingua dei segni” per parlare, invece di “linguaggio o tecnica comunicativa mimico gestuale”, si ravvisano pesanti fraintendimenti e, in tendenza, un tentativo di negazione degli stessi obiettivi che il DDL si propone di raggiungere e, questo, in virtù dello spostamento della Lingua dei Segni da Linguaggio pubblico a Linguaggio privato.
Su questa tipologia di linguaggi già si sono espressi eminenti linguisti e psicolinguisti tra cui, vale la pena di ricordare Berstein e Wygotskij. Questa distinzione presuppone che tra gli interlocutori vi siano registri diversi di comunicazione. Il linguaggio privato è meno attento alla correttezza delle forme grammaticali e sintattiche e fa uso prevalenete di codici abbreviati e convenzionali conosciuti in ambito ristretto. Il linguaggio pubblico è, invece, particolarmente formale/impersonale sia perché non è rivolto a una serie di persone ben individuate, sia perché richiede codici interpretativi condivisi. Come affermato dal grande filosofo del linguaggio Ludwig Wittgensten (Ricerche filosofiche) il linguaggio privato non è un gioco linguistico, e i suoi segni non hanno un impiego che si possa chiamare significato. Non hanno in realtà funzione alcuna. Definire “privatamente” una parola è un po’ come far “donare” denaro dalla propria mano destra alla propria mano sinistra: il risultato è nullo, poiché non vi è, come sarebbe necessario, una pluralità di soggetti in gioco.
Un esempio di linguaggio privato lo ha recentemente esplicitato il filosofo Galimberti (L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani) sostenendo come e quanto il disagio giovanile contemporaneo derivi dalla povertà del linguaggio dei giovani, per cui le nuove generazioni non avendo a disposizione termini per indicare le proprie emozioni e le proprie esperienze non riescono a elaborarle e quindi a esperirle nel modo più sano e consapevole.
Riteniamo culturalmente, socialmente e scientificamente necessario superare ogni forma di riduzionismo, proponendo di considerare la libertà come “libertà di tutti i regimi dello spirito”, concetto alla base della universalità della condizione umana e di tutte le sue reali espressioni.
Pare, ora, a noi che parlare semplicemente di “la Repubblica riconosce la Lingua dei Segni e ne promuove l’uso” sia l’unica modalità di impedire ogni semplificazione del problema e riaffermare come alla base di ogni diritto vi sia la necessità di soddisfare un bisogno teso a permettere la piena realizzazione del soggetto umano.

Professor Ivano Spano
Università degli Studi di Padova
Commissario straordinario Istituto Statale per i Sordi di Roma”

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